Aran Delwyth

Aran è il figlio terzogenito di casa Delwyth, famiglia nobiliare minore di Magnimar. E' cresciuto sotto lo schiaffo del severo padre, Arbast Delwyth, il quale non ha assecondato le aspirazioni militari di Aran preferendo che fosse istruito nelle lingue e in altre materie, in special modo le conoscenze arcane. La famiglia di Aran sperava di forgiare in lui un ottimo interprete, un uomo di cultura e un boccone appetibile da dare in pasto ad un buon partito. Pochi giorni dopo il suo diciannovesimo compleanno, Aran avrebbe dovuto prendere in moglie una ricchissima ma bruttissima figlia di un mercante che di recente si era comprato un titolo minore. Per evitare questa costrizione è fuggito nella cittadina di Sandpoint, eludendo in un paio di occasioni un gruppo i sicari inviati a lavare l'onta subita dalla sposa rimasta in bianco.
Aran è un ragazzo che sa essere pratico e ingenuo, spiritoso e infantile, distratto e curioso, codardo e coraggioso… la sua nuova vita gli darà modo di ritagliarsi una personalità più definita e matura. E gli darà modo di bere liberamente in taverna, passatempo al quale non si sottrae mai.

Durante i preparativi per la sua fuga da Magnimar, in vista dell'imminente sposalizio che lo avrebbe incatenato, Aran si procurò alcune cose di valore da rivendere, tra cui un libro sottratto dall'archivio storico dell'Accademia che frequentava. Il libro lo attirò in virtù di alcune rune dorate e geometriche che Aran ritenne essere "roba di Thassilon", perciò ben rivendibile. Ad un esame più attento, il tomo rivelò un appunto di un ricercatore che giustificava l'indecifrabilità del linguaggio in cui era scritto, e si sosteneva che il libro fosse fuoriuscito dall'acquedotto assieme alle creature aracnoidi, durante un noto e inquietante incidente.
Aran cercava di decifrare l'antico tomo per ingannare il tempo durante i suoi giorni di solitudine, passati come un fuggiasco nelle campagne. Non ne capì praticamente nulla, fino a quando posò gli occhi su di alcuni spartiti che la taverniera e amica Ameiko lasciò sopra un tavolo del suo locale, mentre suonava e cantava. L'esotica notazione musicale, differente da quella chelaxian, portò Aran a capire che alcuni passaggi del libro, che potevano ricondursi ad un rituale di evocazione, avevano una logica accostabile a quella di un pentagramma.
Aran ingaggiò un musico, il quale ricavò in breve tempo una melodia da quel passaggio del misterioso libro. Un motivetto che ricordava le eteree atmosfere della musica di Ameiko, e che somigliava ad una ballata da lui udita ad una funzione religiosa ad una piccola cappella di Sarenrare, sita a Magnimar.
Aran, eccitato per la scoperta ed ubriaco, provò ad estendere la logica di quella felice trasduzione, proseguendo a canticchiare mentre scorreva le pagine del libro: fu grande la sua sorpresa quando davanti a lui comparve una creatura aliena e incredibile, piacevolmente inquietante ed esotica. Pareva una danzatrice del ventre dalla pelle blu, con quattro braccia, molti gioielli ed uno strumento a corde a tracolla sulla schiena.
"Doa?!!", esclamò Aran, tentando di leggere le tre rune geometriche che ornavano la placca dorata che la creatura portava sulla fronte.

La creatura chiese ad Aran di legarsi a lei come nuovo padrone, e sotto i fumi dell'alcol il giovane uomo accettò, ricevendo in cambio il vero nome di Doa. Il legame è molto profondo, e coinvolge la stessa anima. Aran sta tentando di capirne di più, a partire dalle origini della creatura. La sua memoria è vaga per colpa di un "riposo millenario", benchè conosca numerose storie di luoghi lontani e misteriosi, non di questo mondo.

(CONTINUA)

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